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trio

Sempre lo stesso desiderio di ripeterla


di cazzobonsai69
11.08.2026    |    264    |    0 8.0
"Le cinghie di cuoio producevano uno scricchiolio ritmico, lo stesso rumore della sella di un cavallo spinto al galoppo..."
NON È UNA FANTASIA,MA UN DESIDERIO DI RIPETERE QUESTA ESPERIENZA

La porta si chiuse alle mie spalle con un clic morbido, quasi educato. Nessuna presentazione, nessun giro di parole. Lui mi strinse la mano con un cenno del capo, le dita asciutte e calde, poi indicò il divano. Un gesto minimo. Mi sedetti.

La stanza odorava di legno e di un profumo femminile che non riconobbi, qualcosa di dolce ma non stucchevole. Le luci erano basse, quelle dei faretti a incasso che disegnano ombre nette sui muri. Sentii i passi prima di vederla.

Lei entrò dal corridoio.

Indossava solo un reggiseno di pizzo nero e uno slip minuscolo, ma fu la cintura ad attirare ogni mio pensiero. Cinghie di cuoio nero le fasciavano i fianchi e al centro, dove lo sguardo cadeva senza scampo, era fissato un cazzo di silicone notevole. Curvo, spesso, di un rosa scuro quasi aggressivo, luccicava appena sotto la luce. Lei camminava con una naturalezza che mi svuotò i polmoni, i tacchi che scandivano il silenzio. Non disse una parola. Puntò l'indice verso di noi e poi verso il centro della stanza.

Lui si alzò per primo. Lo seguii. In piedi, uno di fronte all'altro, sentii il respiro di lui accelerare impercettibilmente. Un uomo sulla quarantina, lineamenti regolari, una leggera peluria sul petto che intravedevo dal colletto della camicia. Lo guardai negli occhi per la prima volta davvero: aveva pupille dilatate, un misto di eccitazione e qualcosa di più remissivo, un abbandono che riconobbi perché era anche il mio.

Lei fece un altro gesto, stavolta circolare: spogliatevi.

"Tocca a te," mormorò lui, quasi imbarazzato.

Le mie mani andarono al primo bottone della sua camicia. Lo sfilai dall'asola con lentezza, sentendo il cotone tiepido sotto le dita. Uno. Due. Tre. Ogni bottone rivelava un lembo di pelle, l'ombra dello sterno, i muscoli piatti dell'addome. Lui intanto aveva sollevato le braccia verso di me, le dita che trovavano l'orlo della mia maglietta. Me la sfilò con delicatezza, facendo attenzione a non impigliarla. La stoffa passò sopra la mia testa e il mondo tornò a fuoco: lei era lì, a un metro, che osservava con le braccia conserte e un accenno di sorriso all'angolo delle labbra. La punta dello strap-on sfiorava quasi la mia coscia.

Slacciai la cintura di lui. Il cuoio cedette con uno schiocco secco. I pantaloni scivolarono giù, lui fece un passo per liberarsene, e io feci lo stesso con i miei. Restammo in boxer. Potevo vedere il suo membro premere contro il cotone, una sagoma netta, già gonfia. Le dita di lui si agganciarono all'elastico dei miei slip e un brivido mi attraversò la schiena quando l'aria fresca toccò la mia pelle nuda.

Il mio cazzo. Piccolo. Sempre stato così. In quel momento, tirato e duro come poteva, spuntava rado tra i peli grigi, un ghiandone sproporzionato, rosso e liscio. Lui lo guardò. Non ghignò, non cambiò espressione. Le sue dita scivolarono sotto il mio scroto con una leggerezza che mi fece chiudere gli occhi per un secondo.

Poi abbassò i suoi boxer.

Il suo sesso era una colonna spessa, venata di blu, uncinata verso l'alto. Le palle pesanti, rase di fresco. Restammo così, nudi, a pochi centimetri l'uno dall'altro, abbastanza da sentire il calore che emanavamo.

Lei batté le mani. Un colpo secco, uno solo. Indicò il pavimento.

"Vuole che facciamo un sessantanove," sussurrò lui. La sua voce era roca, già spezzata.

Mi inginocchiai per primo sul tappeto spesso. Lui mi seguì, poi mi afferrò i fianchi e mi guidò. Le gambe mi tremavano mentre scavalcavo il suo corpo, le ginocchia che affondavano nella lana. La bocca di lui era proprio sotto di me. Abbassai lo sguardo: il suo viso capovolto, gli occhi che mi fissavano da sotto, la lingua che già umettava le labbra.

Presi fiato. Afferrai la base del suo cazzo con la mano sinistra e lo puntai verso le mie labbra. Sulla mia lingua, la sua pelle sapeva leggermente di sapone e di qualcosa di più acre, un fondo che pizzicò la gola. La testa del suo membro era liscia, quasi vellutata, e la sentii scivolare fino al palato molle.

Nello stesso istante, la bocca di lui mi inghiottì.

Un calore umido, avvolgente, mi risucchiò tutto il sesso. Non dovette certo sforzarsi per prenderlo intero: c'erano solo cinque centimetri da accogliere. Il vuoto creato dalle sue guance era perfetto, una pressione calibrata, e quando la sua lingua si mosse a cerchi concentrici sul mio glande, un gemito mi uscì dalla gola, attutito dalla carne che avevo in bocca.

Oh, Cristo.

Non smetteva. Succhiava con un ritmo ipnotico, una cadenza di vuoto e pieno che mi faceva stringere le dita dei piedi. Il suo naso premeva contro la radice del mio sesso, i peli ispidi che solleticavano la sua faccia. Io, per reazione, accelerai il movimento della testa, ingoiandolo più a fondo. La base del suo cazzo sapeva di stoffa e sudore, l'interno coscia teso sotto la mia presa.

I rumori erano la parte più oscena. Il ciuccio liquido, regolare, intervallato da respiri spezzati quando nessuno dei due osava parlare. Lui salivava tantissimo: sentii una goccia colare lungo lo scroto e perdersi tra le pieghe del perineo.

Poi sentii lo scatto della bottiglietta di lubrificante.

Lei si era inginocchiata dietro di noi. Il tappeto attutiva ogni suo passo, ma il rumore del silicone spalmato di liquido viscoso era inconfondibile: una mano esperta che distribuisce il gel, un dito che scivola lungo l'oggetto con uno strato generoso, un leggero squick a ogni passata.

Il corpo di lui si irrigidì bruscamente. Le sue labbra si fermarono un attimo sul mio sesso, lo sguardo capovolto che incontrava il mio: aveva le sopracciglia aggrottate, lo sguardo lucido. Poi chiuse gli occhi.

La vidi appoggiare la punta dello strap-on contro l'ingresso di lui. La pressione iniziale dovette essere decisa, perché sentii l'uomo sotto di me fare un sibilo lungo, trattenuto. Le sue dita si strinsero attorno alle mie cosce con una forza improvvisa, poi si rilassarono. Il silicone entrò.

Solo un centimetro. Due.

Il gemito che lui emise mi vibrò direttamente sulle parti intime. La sua bocca riprese a succhiare, più vorace, come se il dolore o il piacere — non sapevo distinguere — lo spingessero a compensare. Lo sentivo muoversi incontro alla spinta di lei, il bacino che rollava indietro per accoglierla. Ogni affondo lo faceva gemere attorno al mio cazzettino.

Lei non parlava. Ma il suo respiro era diventato udibile, un ansito che si sincronizzava con le spinte. La cinghia di cuoio doveva premere esattamente sul suo clitoride, perché a ogni colpo la sua espirazione diventava più strozzata.

Il cazzo di lui nella mia bocca pulsava. Le vene gonfie, il prepuzio tirato dal mio stesso movimento. Lo sentivo riempirsi, indurirsi oltre ogni limite, e un filo di saliva mi colò sul mento. Il ritmo di lei era una martellata costante, profonda, che faceva sobbalzare l'uomo sotto di me e, di rimando, me.

Poi, il vuoto. Il rumore dello strap-on che sfilava con uno schiocco liquido.

Le dita di lei, fredde di lubrificante, mi afferrarono i fianchi. Sentii la punta di silicone, ancora calda del corpo di lui, premere contro la mia apertura. Il gel era abbondante, scivoloso, ma la sensazione di essere aperto fu comunque un lampo bianco dietro le palpebre. Strinsi istintivamente il cazzo che avevo in bocca e lui mugolò.

Lei cominciò a spingere.

Il silicone era massiccio, curvo nel punto giusto. Entrò con uno strappo lento, inesorabile. Il mio corpo lo accettò con una resa che mi sorprese sempre, un rilassamento forzato che bruciava nei primi secondi per poi trasformarsi in una pressione costante, gravosa, che mi riempiva lo stomaco. Nello stesso momento, la bocca di lui raddoppiò i colpi. Succhiava e leccava senza più controllo, gemendo sul mio glande a ogni mio gemito, in un cortocircuito di stimoli che non avevo mai provato.

Il bacino di lei sbatteva contro le mie natiche. Le cinghie di cuoio producevano uno scricchiolio ritmico, lo stesso rumore della sella di un cavallo spinto al galoppo. Non mi parlava, mai, solo quel respiro da predatore alle mie spalle.

Io tenevo le labbra serrate attorno all'asta di lui. Non dovevo fare quasi nulla: la spinta da dietro mi faceva oscillare automaticamente, infilzandomi alternativamente sulla sua bocca e sul silicone di lei. Triangolo perfetto. La mia mente si svuotò in una nube biancastra dove esistevano solo tre pressioni: la gola invasa, il retto invaso, il glande risucchiato.

Poi lei tirò fuori. Di nuovo.

Restai vuoto, aperto, le gambe che tremavano. Mi girai quel tanto che bastava per vederla alzarsi in piedi, slacciare il cuoio con dita rapide, lasciare cadere lo strap-on sul tappeto con un tonfo sordo. Il suo sesso vero era lì, finalmente nudo, un riccio scuro e gonfio, le piccole labbra che sporgevano bramose.

Senza una parola, si sdraiò sul divano, a gambe spalancate.

Un cenno. Puntò lo sguardo su di me. Poi su di lui.......
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